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venerdì 30 luglio 2010

Russia/ Scontri a Khimki, sobborgo Mosca dove l'ambiente 'uccide'



Mosca, 29 lug. (Apcom-Nuova Europa) - Nel sobborgo più corrotto di Mosca i giornalisti vengono picchiati a morte se iniziano a 'impicciarsi' di difesa dell'ambiente. E il clima è talmente violento da generare l'unico scontro - dall'avvento di Putin al potere - dove i manifestanti (500) hanno la meglio sulla polizia. In una Mosca rovente per il caldo e il fumo di 42 torbiere in fiamme, si è tenuta oggi una manifestazione degli abitanti che si oppongono al disboscamento selvaggio, motivato dai primi lavori per la costruzione di un'autostrada Mosca-San Pietroburgo.



Ma se la rete viaria tra le due capitali è veramente carente e obiettivamente necessita di 'grandi opere', i torbidi di Khimki e la malagestione di una periferia venduta alle fabbriche, proprio a ridosso di un patrimonio boschivo inestimabile, fanno pensare. La situazione è grave ormai da anni: un decesso nel 2009 è andato ad allungare ulteriormente la scia di sangue sulla stampa russa. Sergei Protazanov, redattore di un piccolo giornale locale, è morto a Khimki in seguito alle percosse subite. Stava lavorando a un'inchiesta "sui brogli delle elezioni del primo marzo" 2009 per un giornale, Grazhdanskoe Soglasie, certo non di primo piano. Ma ultimo baluardo di una stampa particolarmente critica nei confronti del potente governatore locale, Vladimir Vladimirovich Strelchenko.



Secondo le dichiarazioni rilasciate ad Apcom all'indomani dell'omicidio, dal numero due del servizio russo per il controllo dell'ambiente (Rosprirodnadzor), Oleg Mitvol "Protazanov era invalido, aveva una protesi alla mano destra" e dunque era incapace di reagire all'aggressione. Il giornalista lavorava per una piccola testata a Khimki, un sobborgo a nord di Mosca. La pubblicazione venne sospesa. Ed era l'ultimo dei tre giornali locali di opposizione, che stavano progressivamente chiudendo, proprio in seguito a una raffica di aggressioni ai reporter.Nel mese di novembre 2008, un altro giornalista di opposizione nella stessa Khimki, Mikhail Beketov, direttore della Khimkinskaja Pravda, era stato picchiato alla periferia della capitale russa e ricoverato in ospedale con ferite alla testa e una gamba fratturata. Anche un'altra pubblicazione dell'opposizione, Grazhdanskij Forum, ha chiuso, dopo che il suo direttore venne picchiato in un agguato.

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giovedì 29 luglio 2010

Firenze - In udienza preliminare passa il 270 bis contro gli anarchici

E alla fine, i bastardi ce l'hanno fatta. Nella calura mattutina del 23 luglio, 19 anarchici di Firenze sono stati rinviati a giudizio per associazione sovversiva con finalità di terrorismo. Un'inchiesta allucinante, che processerà in base alla legge anti-terrorismo reati come danneggiamento, imbrattamento, interruzione di pubblico servizio, occupazioni di edifici e iniziative di piazza; il tutto condito dall'accusa di possesso di armi da fuoco mai ritrovate. Un'inchiesta condotta dalla nota inquisitrice di sovversivi Angela Pietroiusti, già responsabile degli arresti degli anarchici pisani (inchieste AntiCORpi e Gruppi d'Affinità). Un'inchiesta in cui questa misera donna sarà affiancata da Giuseppe Quattrocchi, Procuratore Generale di Firenze. Un processo che vedrà, tra le parti civili, l'ex assessore alla Sicurezza Graziano Cioni, firmatario della famigerata ordinanza contro i lavavetri e altre simili. Un processo a Firenze, città nota alle cronache come "la più massonica d'Italia". Un processo su cui si avverte, forte, la pressione dei principali partiti (PD e PdL) e dei loro complici economici. Decisi a tutto pur di realizzare i loro piani: costruire la stazione TAV e il CIE, svendere tutto il patrimonio pubblico, ripulire il centro storico da ogni presenza "indesiderata", sgomberare tutte le occupazioni, siano esse abitative o di lotta. Decisi a mangiarsi la città intera, senza rompicoglioni tra le scatole...

E due parole vanno dette pure sul gup che ha permesso il rinvio a giudizio, Michele Barillaro. L'uomo che, per comunicare ai nostri avvocati la decisione, si è preso giusto il tempo della pausa pranzo, dopo un'intera
mattinata di dibattimento e arringhe. L'uomo che, assieme a due esimii colleghi, ha condannato 13 manifestanti a 7 anni di carcere ciascuno per averle prese a mani nude sotto il consolato americano, durante la manifestazione contro la guerra in Jugoslavia del 13 maggio '99 - quando migliaia di manifestanti vennero caricati dalla polizia a colpi di manganelli, calci del fucile e lacrimogeni ad altezza d'uomo. Barillaro, un servo zelante dello Stato le cui infamie si commentano da sole...

Ed allucinante, pure, è stato il lavoro fatto dai giornali. In particolare La Nazione-Quotidiano Nazionale e il Corriere della Sera, che in due servizi pressoché identici hanno dato pochissimo spazio al rinvio a giudizio, confinandone il ridicolo in due colonnine sbiadite. Ma che in compenso si sono lanciati in una lunga denigrazione contro il presidio dei compagni, colpevoli di spalmare nutella, bere caffé e distribuire volantini sedendo sui gradini di una chiesa. Aiutati, i giornalisti, dai commenti isterici del prete locale e del presidente del consiglio di quartiere Stefano Marmugi. Facendo scivolare la nostra protesta nell'anonimo calderone del cosiddetto Degrado urbano ed invocando (testuali parole) "l'intervento di tutte le forze dell'ordine" in tutte le piazze e soprattutto contro gli anarchici, "un problema che si sposta". A Firenze, insomma, si preannuncia un agosto di polizia...

La prima udienza del processo è stata fissata per il 21 dicembre.

alcuni anarchici processati

Carcere e Cie - Sfuma il terrorismo islamista e si concretizza il lager democratico

MILANO (20 luglio) - Aveva chiesto ai parenti alcune bottiglie di una bevanda “vergina” una nota marca in Tunisia, ma per un errore del traduttore si è fatto due anni e 8 mesi in carcere con l'accusa di terrorismo internazionale e di far parte di un gruppo che inviava martiri e attentatori in Iraq e Afghanistan.

Contro di lui un'intercettazione nella quale secondo gli inquirenti si parlava di una carta d'identità “vergine”, ossia “in bianco”, per falsificarla, mentre la richiesta riguardava una nota bevanda. L'uomo, Hadel Ben S., tunisino di 34 anni, è stato assolto nei giorni scorsi dalla prima Corte d'Assise di Milano, per non aver commesso il fatto, e scarcerato. A raccontare la sua vicenda «tragica e paradossale» è il suo legale, l'avvocato Pasquale Cutolo, il quale sottolinea che ora nei confronti dell'uomo c'è anche un provvedimento di espulsione verso la Tunisia, al momento bloccato dalla Corte di Giustizia Europea.

Il tunisino era finito in carcere il 6 novembre 2007 ed è rimasto recluso fino all'8 luglio scorso, quando è arrivata la sentenza della Corte che ha condannato 15 presunti terroristi e ha assolto 10 persone. «L'elemento più rilevante a suo carico- ha spiegato l'avvocato - come aveva stabilito anche la Cassazione, che gli aveva negato la scarcerazione, era una telefonata». Nell'intercettazione l'uomo, a un certo punto, usava la parola «vergina», che secondo il perito-traduttore significava «vergine», un'espressione che per gli inquirenti indicava una richiesta di carte di identità in bianco.

Nel dibattimento è emerso che il tunisino stava chiedendo ai suoi familiari di spedirgli bottiglie di una nota bevanda. Anche il pm Nicola Piacente aveva chiesto per lui l'assoluzione. Dopo la scarcerazione per l'uomo, clandestino, è arrivato un provvedimento di espulsione del Prefetto di Asti. Ora il tunisino si trova nel Cie di Torino e la Corte di Giustizia Europea, su ricorso dell'avvocato, ha sospeso in via cautelare l'espulsione, per il rischio di torture che imputati o condannati per terrorismo possono subire in Tunisia. «La vicenda umana di questo ragazzo - ha concluso l'avvocato - non ha ancora avuto fine. Nonostante la decisione della Corte di Assise, infatti, quasi tre anni di ingiusta detenzione non sono bastati a scongiurare un'espulsione».

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giovedì 22 luglio 2010

Torino - Recluso resite all'espulsione, presidio permanente davanti al Cie

Torino 19 luglio. Un detenuto del CIE di corso Brunelleschi sale sul tetto della sezione viola deciso a resistere. La sezione viola, di solito occupata dalle donne, da mercoledì scorso ospita gli immigrati della sezione bianca, gravemente danneggiata dall’incendio divampato durante la rivolta del 14 luglio.
Il ragazzo sul tetto è quello che, durante la giornata contro i CIE del 10 luglio, aveva lanciato una pallina con dentro la medicina che la Croce Rossa gli aveva dato per curare l’asma, un ottimo farmaco, peccato che fosse scaduto da ben due anni! Un altro recluso si trova in isolamento in attesa dell’imminente deportazione.
Intorno alle 14 comincia a formarsi un presidio solidale davanti all’ingresso del CIE in via Mazzarello. Qualcuno batte un po’ più in là, altri tengono d’occhio l’ingresso.
Purtroppo l’immigrato destinato alla deportazione viene fatto uscire su un cellulare che passa dall’ingresso secondario di corso Brunelleschi.
Sabri, questo è il nome del ragazzo sul tetto, ha il sostegno degli altri reclusi della sezione viola, che promettono di aiutarlo se la polizia dovesse forzare.
Il presidio antirazzista continua in corso Brunelleschi. In serata, complici le percussioni della Torino Samba band, i solidali, che nel frattempo sono cresciuti di numero, si avvicinano al muro del CIE e legano ad un palo una fiaccola. La polizia blocca con due camionette il controviale di corso Brunelleschi.
Per oltre un’ora si susseguono battiture e slogan poi comincia una lunga, partecipata assemblea, che discute come sostenere la lotta di Sabri e degli altri immigrati che, come lui, si sono fatti quasi sei mesi di CIE e, se non vengono deportati subito, potrebbero riguadagnare la libertà tra giovedì e venerdì.
Si decide di fare un presidio permanente davanti al CIE, rimanendo lì giorno e notte. In un batter d’occhio arrivano tavoli, sedie e persino un ombrellone gigante.
I reclusi si fanno sentire con battiture e grida: pare che uno abbia tentato senza successo di fuggire.
Il presidio prosegue ad oltranza. Chiunque possa è invitato a farsi vivo, anche solo per qualche ora, a portare cibo e bevande e, soprattutto, la propria presenza solidale.


E alla fine, dopo tre giorni di ostinata resistenza sul tetto, gli uomini di Maroni si sono presi Sabri. Sono arrivati poco dopo le sei del mattino, con la Celere e i Vigili del Fuoco - che un giorno o l’altro dovranno spiegare esattamente che mestiere fanno, ora che si son messi pure a dar sostegno alle deportazioni -, hanno scavalcato il blocco troppo fragile che i compagni facevano di fronte agli ingressi (quindici su via Mazzarello e quindici alla vecchia entrata di via Monginevro) e lo hanno tirato giù dal tetto: secondo gli altri reclusi dell’area viola, che hanno assistito alla scena, sarebbe stato ferito. Intanto, i compagni che avevano passato tutta la notte in presidio hanno provato a bloccare le due strade che portano al Centro e sono stati presi a manganellate e spintoni, e buttati per terra: nonostante queste scaramucce, però, le strade son rimaste chiuse, bloccate dai solidali ma anche dalla polizia che evidentemente voleva avere mano libera per fare i propri comodi.
Intorno alle sette, una macchina stipata di poliziotti in borghese ha portato via Sabri, seguita da un’ambulanza e dopo una mezz’oretta i compagni hanno tolto i blocchi e se ne son tornati al presidio in corso Brunelleschi.
In questo momento non si sa se Sabri sia in aeroporto, o in Questura, o in qualche ospedale. La sua lotta, però, non è ancora finita: è diventata la lotta di molti che come lui non accettano che la macchina delle espulsioni possa funzionare senza intoppi, così, come se fosse normale. A Caselle c’è chi sta spiegando ai viaggiatori che Sabri è un prigioniero che ha saputo lottare, e che va aiutato. A Roma, gli antirazzisti che presidiavano il tribunale in solidarietà con i ribelli di Ponte Galeria hanno fatto irruzione nel consolato tunisino. A Gradisca e in via Corelli, gli occhi sono puntati su Sabri e sulla sua storia.
A presto aggiornamenti, perché, come si suol dire, non finisce qui. Per chi è a Torino, una assemblea si terrà dalle 15 al presidio di corso Brunelleschi ed un corteo partirà da lì questa sera alle 21.

lunedì 19 luglio 2010

Modena - Denunciati 9 anarchici per le pratiche anti-Cie

Denunciati 9 giovani anarchici

La Digos di Modena ha identificato e denunciato nove giovani dell’area anarco insurrezionalista, tra cui alcuni presunti responsabili dei danneggiamenti compiuti in occasione della manifestazione del 19 giugno. [...]

Il perfetto kit dell’anarchico comprensivo di ogni accessorio: bombolette spray e stencil per imbrattare i muri, e poi mazze, tirapugni, catene, passamontagna Mephisto, felpe, fionde e volantini in quantità. E’ il materiale rinvenuto dalla Digos nell’appartamento di un ragazzo 20enne di Modena, studente di Filosofia e di famiglia facoltosa. Insieme a lui, sono stati denunciati altri 8 giovani, d’età compresa tra i 20 e i 32 anni, residenti tra Bologna e Parma, tutti ritenuti vicini all’area degli anarco insurrezionalisti. Dovranno rispondere di reati che vanno dalla diffamazione alla detenzione di armi improprie, dall’imbrattamento agli atti vandalici, fino all’interruzione di funzione religiosa. L’indagine della Digos va avanti da oltre due mesi, esattamente dal 2 maggio scorso, quando un’irruzione di anarchici in Duomo, con conseguente interruzione del rito cattolico, portò alla luce un fenomeno fino a quel momento sconosciuto in città. Il lavoro di intelligence si è naturalmente intensificato prima e dopo la manifestazione anti Cie del 19 giugno, che ha lasciato dietro di sé uno strascico di danneggiamenti e polemiche. Gli investigatori sono riusciti non soltanto a identificare alcuni partecipanti, ma anche a delineare le modalità d’azione di un gruppo composto per lo più da persone residenti fuori provincia, con appoggi e collegamenti in altre regioni, ma che sembra prediligere Modena per le sue iniziative di lotta. La convinzione maturata dagli inquirenti è che il gruppo stia alzando il livello delle proprie azioni, diventato potenzialmente sempre più pericoloso. Per questo motivo sono stati presi in seria considerazione alcuni materiali sospetti rinvenuti a casa dello studente modenese: bilancini, provette, tubi dal contenuto incerto e polveri non meglio identificate. Un arsenale da piccolo chimico per la cui valutazione bisognerà attendere il responso dell’esame di laboratorio.

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giovedì 8 luglio 2010

Padova - 35° Suicidio in carcere dall'inizio dell'anno

Santino Mantice aveva 30 anni e avrebbe terminato di scontare la pena a settembre. E' il trentacinquesimo detenuto suicida quest'anno, il 590° caso avvenuto nelle carceri italiane dal 2000 a oggi PADOVA. Un detenuto italiano di 30 anni si è suicidato nella casa di reclusione di Padova. Santino Mantice - secondo quanto riferito da Francesco Morelli dell'Osservatorio permanente sulle morti in carcere - si è tolto la vita impiccandosi nella sua cella. Avrebbe terminato la pena fra tre mesi. Nel solo mese di giugno - rileva l'Osservatorio - nelle carceri italiane si sono impiccati sei detenuti, oltre a un detenuto in stato di semilibertà che si è suicidato, impiccandosi a un albero in provincia di Bolzano, quando ha saputo di dover tornare in carcere, e un giovane immigrato che ha compiuto il gesto estremo nella cella di sicurezza della Questura di Agrigento.


Dall'inizio dell'anno sono 29 i detenuti suicidi per impiccagione, mentre sei sono morti asfissiandosi con il gas delle bombolette. Il suicidio di Mantice è il 590° avvenuto nelle carceri italiane dal 2000 a oggi.

venerdì 28 maggio 2010

La repressione avanza...

Anche se con un po' di ritardo, dovuto a mille problematiche... Mi pare d'uopo riportare alcune notizie riguardanti il capoluogo sabaudo. Avanza la repressione in quel di Torino, Mercoledì 12 maggio 2010 intorno alle 6 di mattina scatta il blitz delle forze del (dis)ordine. Vengono perquisite diverse abitazioni private e tre squat: Barocchio, Mezcal e infine l'Asilo... Perquisizioni anche al centro sociale Askatasuna.
L'operazione porta tre compagni in carcere: Davide, Luca e Luigi; Altri quattro ai domiciliari e ben nove obblighi di firma. Entro domani (venerdì 28/05/10) il tribunale della libertà dovrà emettere l'esito dell'udienza tenutasi lunedì sul riesame di queste "imponenti misure cautelari.

Ma facciamo un passo indietro e riassumiamo tutti gli avvenimenti...


Intorno alle 6 del mattino, la digos ha perquisito diverse occupazioni (Asilo, Barocchio, Mezcal, Askatasuna) e abitazioni, traendo in arresto tre compagni, notificando alcuni arresti domiciliari (pare siano complessivamenti 4) e ad altri l'obbligo di firma. L'operazione repressiva è una vendetta per i disordini conseguenti al primo sgombero de Lostile, i porvvedimenti sono stati emanati dal PM Rinaudo. E' stata indetta un'assemblea oggi pomeriggio al Mezcal per organizzare le prossime iniziative.

Testimonianza dall'Asilo Squat:


Alle sei di mattina la Digos e la polizia in forze si presentano davanti all'Asilo Occupato: "E' per una notifica" dichiarano agli occupanti che accorrono dopo che la polizia sta tentando di buttar giù la porta di ingresso. Ed invece non è una semplice notifica, è una perquisizione con tanto di sequestro di uno degli occupanti, portato via ancora non si sa di preciso perchè, con quali imputazioni e soprattutto senza che al momento si sappia se verrà rilasciato o se sarà trattenuto.

Polizia e digos hanno sfondato diverse porte con mazze e spranghe di ferro, insultato e spintonato gli occupanti, rei di non aver voluto immediatamente aprire le porte alle forze dell'ordine.
Analoghe perquisizioni sono in corso anche al Barocchio ed al Mezcal, altre due case occupate a Grugliasco e Collegno, ed in case private.
L'ipotesi è che tutta la faccenda derivi dagli scontri che ci furono alla metà di dicembre a Torino, in seguito allo sgombero di una casa occupata, l'Ostile.
Mentre scriviamo la polizia se ne è andata dall'Asilo Occupato, mentre sono ancora in corso le perquisizioni al Barocchio ed al Mezcal.

Comunicato diffuso da tuttosquat.net:

Torino 12 Maggio 2010
Questa mattina, all'alba, la digos della questura di Torino ha effettuato varie perquisizioni nelle stanze delle case occupate Asilo, Barocchio e Mezcal, del centro sociale Askatasuna e in case private. I fatti riguardano lo sgombero dello spazio occupato Lostile di corso Vercelli, avvenuto il 10 Dicembre 2009.
Le misure cautelari riguardano 16 compagni: 3 arrestati, fra loro un ragazzo dell'Asilo. 4 con l'obbligo di firma, fra cui una ragazza ed un ragazzo abitanti presso l'Asilo Squat. 9 con l'obbligo di firma giornaliera.
SOLIDARIETA' A TUTTE LE PERSONE COLPITE DALLA REPRESSIONE
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La risposta della "Torino squatter" non tarda... E, si realizza in un'invasione nel patinato Salone del Libro proprio allo stand di presentazione del libro del prefetto Padoin... Verrà affisso uno striscione anche sulle Porte Palatine, ma l'afflusso di pellegrini venuti a venerare il loro caro e meramente falso lenzuolo creerà tensione... Due ragazzi verrano fermati e tradotti in carcere.

verso le 19 una trentina di compagni ha eluso l'ingente schieramento di forze dell'ordine al Salone del Libro entrando da un ingresso secondario e ha interrotto la vomitevole presentazione di un libro (forse proprio del prefetto Padoin o di qualche bellimbusto simile) con striscione "TUTTI LIBERI" volantinaggio e slogan in solidarietà con gli arrestati del 12 maggio.

Verso le 19 un nutrito gruppo di solidali agli arrestati ed inquisiti dell'ultima "brillante" operazione di lunedì scorso, ha fatto irruzione al salone del libro ed ha interrotto la presentazione del libro scritto dal prefetto di Torino Padoin, che era presente, uno dei responsabili delle violenze di Stato, contro il popolo No Tav, gli immigrati ed i movimenti sociali in lotta. A fianco di Padoin c'erano anche il Procuratore capo di Torino Caselli ed il Procuratore Generale Maddalena. Il gruppo di solidali ha esposto uno striscione con su scritto "Tutti Liberi!", ha fatto un volantinaggio e, da come si è sentito e visto dalle immagini del tg3 Piemonte, urlato slogan di libertà.

Alle 19,20 di ieri i centri sociali sono comparsi anche al SALONE DEL LIBRO, srotolando il loro striscione con su scritto «Benvenuti in questa citta' di oppressori», dando la scossa a una giornata fino a quel momento orfana di polemiche. La protesta, dopo gli arresti di lunedi', aveva come obiettivo il prefetto Paolo Padoin, al Lingotto per presentare il suo LIBRO, e il procuratore capo Caselli, anche lui al Lingotto con il procuratore generale Maddalena. Poco prima, sul sito Indimedia, gli anarchici avevano pubblicato l'ordinanza con i nomi dei 23 poliziotti rimasti feriti durante gli scontri di dicembre al centro l'Ostile di corso Vercelli. Proprio in conseguenza di quei tafferugli la Digos aveva ordinato il blitz di due giorni fa.

In merito all'azione, definita in seguito dalla Busiarda (la stampa), "Assalto alla Sindone" riporto l'articolo del quotidiano torinese... Ricco di imprecisioni, fatti distorti e vere e proprie invenzioni, articolo, che insieme a molti altri a portato il "fantasioso" Massimo Numa a vincere un premio consegnatogli dalla papessa (che secondo lui è un pupazzo...) nella sede di via Roma della stampa...


L'OSTENSIONE TURBATA DAGLI INCIDENTI: UNA QUINDICINA FUGGONO, DUE VENGONO FERMATI E DENUNCIATI Gli squatter all'assalto fra i pellegrini Volevano appendere uno striscione vicino al Duomo: tre agenti feriti negli scontri Inseguiti, scappano Poi volano calci e pugni ai poliziotti davanti a centinaia di fedeli IL GIRO DI VITE La procura moltiplica le operazioni contro gli antagonisti I fronti contrapposti Proteste e tensioni dopo ogni retataLa difficile battaglia per evitare la radicalizzazione Retroscena RAPHAEL ZANOTTI La polemica del prefetto Padoin... continua


Le azioni continuano Sabato 15 maggio con un presidio/corteo che partirà da porta palazzo farà un giro nel quartiere fino a raggiungere i pressi de "lOsile" per informare tutti quanti, di quello che sta accadendo in città. Nel pomeriggio il presidio sotto al carcere dove sono detenuti i compagni.


Qui un breve resoconto redatto dall F(A)I

martedì 4 maggio 2010

Ma che cos’è un volo delle deportazioni?

Un video ed un testo che stanno circolando in rete, e che ci possono aiutare a dare una risposta a questa domanda.



Le persone portate come cadaveri

Ho avuto lo choc della mia vita quando abbiamo cominciato il nostro viaggio [dal centro di detenzione] di Tinsley House all’aeroporto. Siamo restati nel bus dalle ore 11 alle 18 senza poter uscire. Nel bus non abbiamo potuto muoverci né uscire per 7 ore, poiché ogni detenuto era scortato da due agenti di sicurezza.
Gli agenti di sicurezza prendevano una pausa ogni 30 minuti ed erano rimpiazzati da altri agenti, mentre noi, restavamo seduti, stretti come sardine in scatola. Le mie gambe si sono gonfiate e sembravano pesanti come mai mi era successo.
Più le ore avanzavano, più ogni ora era per noi un’ora di lotta. Mi sentivo sempre più debole, come se il mio sangue avesse smesso di circolare. Non eravamo affatto preparati a ciò che stava per succedere su quel volo charter.
Ovunque posassi il mio sguardo, non c’era che punizione gratuita.
C’erano molte donne tristi e molti bambini nei loro passeggini. I bambini piangevano con veemenza vedendo come i loro genitori venivano trattati. Su questo volo c’erano molte donne con neonati e i minori separati dai loro genitori avevano la tristezza sul viso.
Siamo partiti da un altro aeroporto, Gatwick. Siamo atterrati a Dublino. Là, molti altri sono saliti sul volo charter. I detenuti di Dublino sono stati condotti all’aereoporto nei furgoni penitenziari e avevano le manette ai polsi. Molti erano stati percossi abbondantemente prima di essere imbarcati.
Già nella stessa Gran Bretagna, un minore era stato picchiato quando aveva cominciato a scrivere il suo messaggio «Ho lasciato la Nigeria quando avevo 3 anni, non ho più alcuna famiglia in Nigeria» L’agente di sicurezza al suo fianco gli diceva che non serviva a niente scrivere e che si doveva calmare. Tutt’a un tratto, dalla folla sono partite delle grida che dicevano che dovevano smettere di picchiarlo in quel modo. Hanno gridato così forte che i medici sono accorsi ad occuparsi del ragazzo.
Siamo partiti da Dublino per la Spagna, ed è là che è stato più orribile: uomini e donne ammanettati alle mani e ai piedi. I due agenti di sicurezza ai miei lati hanno realizzato che le mie gambe bruciavano. Quello alla mia sinistra mi ha chiesto se avevo problemi alle gambe e gli ho detto che avevo le vene collassate. Hanno chiamato immediatamente la squadra medica.
Questi hanno detto che non era previsto che fossi espulso su quel volo. L’agente di sicurezza ha di nuovo chiesto cosa si potesse fare nell’immediato. I medici hanno risposto che bisognava autorizzarmi a camminare o a trovare un posto dove mettere le gambe in alto. Riuscivo appena a muovere le gambe. E’ stata un’altra causa di sofferenza ed esasperazione.
Quando ripenso a come siamo stati trattati su questo charter, uno spettro arriva a svuotarmi il cuore. Non mi è mai stato dato un rapporto medico, benché l’avessi chiesto mille volte. Tutti gli ospedali che ho visitato mi domandavano questo rapporto che io non avevo.
Eravamo spaventati in questo aereo, ero spaventato dal gran numero di gente che non voleva tornare nel proprio paese.
La mia esperienza: attacchi di panico che mi assalivano quando vedevo come gli agenti picchiavano tutti quelli che cercavano di contrastare i loro piani.
Già all’aeroporto, tanta gente è stata maltrattata, in Spagna i detenuti sono stati insultati, la polizia li aggrediva verbalmente e li picchiava.
Quando sono rivenuto dai bagni, ho visto molti di quei detenuti che erano saliti in Spagna e avevano le manette.
Ho provato a domandare alla polizia perché stavano così, e allora i poliziotti hanno cominciato a picchiarmi fino a quando i poliziotti inglesi non li hanno fermati, a causa del mio stato di salute.
C’erano molti bambini che piangevano a causa di queste violenze e queste grida nell’aereo. L’insieme di questi atteggiamenti inattesi mi ha ricordato le mie esperienze di tortura.
Tra i passeggeri venuti dalla Gran Bretagna, molti gridavano per dire che dovevano prima passare davanti a un tribunale, altri per dire che avevano moglie e figli qui in Gran Bretagna. Molti si domandavano cosa sarebbe successo ai loro beni che avevano lasciato.
La mia grande sorpresa è stata di non atterrare in un aeroporto nigeriano normale, ma di atterrare su un terreno chiamato NACO AIRPORT (scalo merci) e che i nostri bagagli erano stati posati lì senza alcuna custodia e molti mancavano.


mercoledì 17 marzo 2010

Torino: carcere Le Vallette... Cronache dalla Repressione!


Ordine pubblico

«Oh, tutto bene?»
«Sì, sì, tutto bene…»
Ogni volta che entro dentro al bagno, e ci entro portandomi un bel libro appresso, non mi riesce di arrivare in capo alla seconda pagina senza che il piantone che mi piantona non dia segni di agitazione. Sento che si alza e che passeggia, che sporge il viso tra le sbarre tentando di indovinare movimenti dietro la fessura della porta della latrina; poi, immancabilmente, mi chiama per assicurarsi che io sia vivo.
E già, perché nonostante me ne stia sempre tranquillo e di buon umore, ridendo addirittura ad alta voce nel leggere le lettere dei miei compagni di fuori; nonostante non abbia pensieri di morte né di giorno né di notte (principale preoccupazione della lugubre psichiatra che si aggira qui in sezione); nonostante mangi con appetito, e che sia pure un po’ ingrassato; nonostante non dia segno di alcuna sofferenza, sono stato sottoposto - io e i miei compagni con me - al regime carcerario che si applica agli aspiranti suicidi e agli autolesionisti incorreggibili. Regime fastidioso per me (niente lenzuola, per esempio, né buio la notte, né vestiti in cella oltre a quelli che indosso) e dispendioso per l’amministazione, che deve dedicare un carceriere intero solo a me, giorno e notte.
«È che ci è stato chiesto,» dice il direttore mirando col dito verso l’alto, «ci è stato chiesto che non si ripetano i fatti di docici anni fa.» E poi comincia un breve discorso sull’importanza della vita umana, «di tutte le vite umane». Peccato che un qualsiasi detenuto che entri qui dentro per truffa, o spaccio, o perché senza documenti, e che dimostri pure una allegria e una noncuranza ben minore delle nostre non “godrebbe” certo di tutte le fastidiose attenzioni delle quali godiamo noi. Già, perché non è vero che le vite qui dentro sono tutte «egualmente importanti», come dice il direttore. Le nostre gli sono più preziose, perché oltre ad essere vite sono una questione di ordine pubblico in città - come dodici anni fa, per l’appunto. Quelle degli altri no.


(Le Vallette, 4 marzo 2019)
macerie @ Marzo 15, 2010


Resistenze


La guardia mi consiglia di lasciar la mia roba nel corridoio: «Qua dentro, sa com’è…». Poi apre il blindato e mi spinge dentro, e io saltello attento a non pestare i corpi distesi. La cella è lunga quattro passi, e larga cinque. Compreso me, dentro siamo in dodici: quattro se ne stanno allungati sul gradino di cemento che rasenta due dei muri, e gli altri per terra. Venti coperte per dodici persone, per cui c’è chi ha il dubbio se utilizzare quella in più come cuscino oppure per coprirsi e chi non ha diritto nemmeno a questo dilemma.
Mi guardo intorno. Uno di noi è qui da ieri mattina, ed ancora aspetta di vedere il giudice ed avere notizie dei suoi. È vestito da stradino ed è in Italia da vent’anni, e mi racconta che è lì per aver difeso con troppa veemenza se stesso, sua moglie e i suoi figli dallo sfratto. Altri due, con i volti scavati di vecchi, sono stati ammanettati a sorpresa nella questura di corso Verona, dove erano entrati a chieder notizie del proprio permesso di soggiorno. A far loro lo scherzo, neanche a dirlo, la solita Rosanna Lavezzaro. Un altro racconta del ristorante dove ogni tanto lavora e per un attimo la conversazione si fa animata: tutti conoscono quell’angolo di Corso Giulio Cesare, giusto dietro corso Novara. È come se l’agente si portasse su e giù dall’ufficio matricola alla cella ogni volta un pezzetto di città, da sbatter per terra e comprimere ed aggrovigliare in coperte puzzolenti. Ciascuno con la sua incertezza per il futuro, e la sua incredulità.
Poi uno da terra si alza, tira fuori di non so dove un piccolo asciugamano, lo mette per terra ritagliandosi uno spazio tra ginocchi e schiene e su quell’asciugamano rosa si mette a pregare. Silenzioso, ma alzandosi ed abbassandosi e mettendo la fronte a terra e facendo tutti i segni che bisogna fare perché sia una preghiera valida e ben fatta. Intanto che lo guardo mi sforzo di formulare dentro di me un discorso sull’oppressione religiosa e sulla condizione delle donne nei paesi più bigotti e su tutte quelle altre cose vere e importanti che bisogna sempre tenere a mente. Ci provo, ma non ci riesco. Perché quegli inchini e quei gesti, fatti in quella maniera e lì dentro, non mi sembrano affatto un atto di sottomissione, bensì di resistenza. Un modo per dire «sono un uomo», quando chi ha tutta la forza dalla sua ti sta dicendo «sei una bestia», e lo fa chiudendoti in una stalla e strattonandoti e buttandoti a terra. In fondo son gli uomini che pregano, e le bestie no.
E noi da uomini resistiamo.

(Le Vallette, 24 febbraio)
macerie @ Marzo 15, 2010

mercoledì 13 gennaio 2010

Carcere - 4 suicidi da inizio dell'anno

Quarto suicidio nelle carceri italiane dall'inizio dell'anno: Giacomo Attolini, 49 anni, detenuto comune nel carcere di Verona, si e' impiccato utilizzando una maglietta legata alle sbarre della finestra del bagno in cella.
L'uomo - secondo quanto si e' appreso - si e' tolto la vita nella tarda sera di ieri, attorno alla mezzanotte.

In otto giorni, dunque, sono gia' quattro i detenuti che hanno deciso di farla finita: il 2 gennaio, ad Altamura (Bari) si e' ucciso Pierpaolo Ciullo, 39 anni: tre giorni dopo si è impiccato nel carcere Buoncammino di Cagliari, Celeste Frau, 62 anni; ieri sera, nel supercarcere di Sulmona è stato trovato senza vita Amato Tammaro, 28 anni, di ritorno in cella dopo un permesso premio; sempre ieri sera, infine, il suicidio a Verona di Attolini.


fonte: rainews24

martedì 22 dicembre 2009

Torino - Il secondo grado per la "sorveglianza speciale" ai redattori di "macerie"


Mercoledì 23 dicembre la Corte d’Appello di Torino deciderà se confermarci o meno la “sorveglianza speciale”.

Siamo accusati di batterci contro il razzismo di Stato e per la chiusura dei Centri di identificazione ed espulsione per immigrati senza documenti, con l’aggravante di ostinarci a raccontare – su questo blog, su radio Blackout 105.250, in strada – la storia di questa lotta, i suoi metodi e i suoi risultati, e di lottare anteponendo il nostro senso di giustizia ai limiti imposti dalla Legge. Proprio in un momento in cui per Legge anche l’illusione della libertà e dell’uguaglianza di tutti viene abrogata giorno dopo giorno, emergenza dopo emergenza, pacchetto dopo pacchetto.

Ben sapendo che questa città cammina sempre sul filo dell’esplosione, la Questura si è messa in testa che gente socialmente pericolosa come noi non se ne debba andare troppo in giro, per evitare di far diventare socialmente pericolosi anche altri, per evitare che il pericolo dilaghi. I questurini han chiesto al Tribunale di limitare la nostra libertà, quasi che fossimo un focolaio di influenza da isolare o un principio di incendio da circoscrivere. Tesi tanto lusinghiera nei nostri confronti quanto risibile: ma sta il fatto che il Tribunale ha dato loro retta, e sono quasi due mesi che non possiamo partecipare a manifestazioni, non possiamo uscire di casa di notte, non possiamo frequentarci né frequentare chiunque abbia subìto una condanna, e altro ancora.

“Prevenire è meglio che curare” - avran pensato i giudici quando hanno deciso di serrare, almeno un po’, il chiavistello alle nostre porte. Ma hanno preso una cantonata, una cantonata colossale, e basta scorgere le cronache di questi due mesi per averne la prova. A debordare, ora che siamo “sorvegliati speciali”, sono proprio alcune delle pratiche delle quali - a torto o a ragione - i nostri faldoni sono colmi: dagli attacchi ai propagandisti razzisti alla complicità con le lotte dentro ai Cie, dalle presunte “istigazioni” alla resistenza nei quartieri proletari all’occupazione di stabili abbandonati.

Se, prima della profilassi, le contestazioni ai partiti razzisti coinvolgevano pochi compagni, subito dopo a rovesciare un gazebo della Lega Nord e a cacciare i fascisti ci hanno pensato fino a duecento persone tutte insieme, come è successo in piazza Castello a fine ottobre.

Se, prima della profilassi, le proteste dei reclusi nel Cie di Torino arrivavano a scioperi della fame e atti di autolesionismo, subito dopo quegli stessi hanno cominciato a demolire muri, vetri, arredi e a scontrarsi con le guardie.

Se, prima della profilassi, a portare insieme a noi solidarietà agli immigrati in lotta non c’era poi tanta gente, subito dopo, alla prima occasione, a radunarsi sotto alle mura del Cie per protestare contro l’arresto di tre reclusi ci sono andati in cinquanta, ed hanno pure pensato bene di tirare giù una telecamera di sorveglianza.

Se, prima della profilassi, le proteste in strada contro arresti e sgomberi coinvolgevano poche decine di compagni, ora si stanno allargando, non solo per numero ma anche per determinazione e coinvolgimento sociale. Solo due settimane fa, centocinquanta solidali sono rimasti in strada per difendere dallo sgombero L’Ostile Occupato, e soprattutto, ai balli che ne sono seguiti hanno partecipato anche ragazzi del quartiere e gente sconosciuta: chi preparando uno striscione, chi incendiando cassonetti, chi perlustrando in bicicletta la zona per informare i ribelli degli spostamenti della celere, chi dando consigli tattici. O anche applaudendo ed incoraggiando, o anche solo vivendo la strada in maniera diversa, improvvisando partite di pallone tra una carica e l’altra della polizia.

Piccole cose ancora, ma che prefigurano in miniatura le sommosse di dopodomani, il picco del contagio che tanto maldestramente Questura e Tribunale vorrebbero arginare. Contagio che non parte certo da noi, ma cui abbiamo partecipato e cui partecipiamo ancora, nonostante gli obblighi che ci sono stati imposti e che tra qualche giorno vorrebbero confermarci. Contagio che sta nelle cose e che di giorno in giorno dilaga in mille angoli della città: ora come ora, a Torino, basta avere diciassette anni per dimostrare che si può tenere la testa alta di fronte alla polizia che carica, e venti per suggerire che i responsabili delle nostre miserie possiamo andarceli a cercare a casa loro, senza mediazioni.

Se questi sono i risultati delle attenzioni di questurini e giudici di guardia nei nostri confronti, immaginiamo il loro imbarazzo quando li dovranno illustrare al loro Grande capo. Noi, da parte nostra, al Grande capo ci rivolgiamo direttamente e gli diciamo quel che gli dicevamo in occasione dell’udienza di primo grado: «Il mondo vi sta scoppiando tra le mani, ed è lampante che non sapete che pesci prendere». E continuiamo a dirglielo ridendo, come al solito: sorvegliateci i maroni.

giovedì 12 novembre 2009

Torino - Minacce e perquise al Barocchio

Giovedì 12 Novembre 2009

Grugliasco West Coast

Come naturale prosecuzione della campagna diffamatoria contro gli squat torinesi. Le istituzioni fomentano la tensione minacciando di sgombero le case storiche. Oggi Giovedì 12 novembre 2009, attaccano il Barocchio presentandosi in forze -di 16 DIGOS- alle sette del mattino spiegando che non vogliono sgomberare ma devono notificare e perquisire un occupante. La vittima dell'infausta sveglia, dopo la perquisizione ha dovuto seguire la polizia fino alla vicina caserma per la perquisizione dell'auto. La notifica riguardante la perquisizione si rifa ad un'azione notturna dove vi è stato un danneggiamento alla statua dei caduti di Nassiriya . Atto compiuto da ignoti come rapprsaglia in seguito all'assoluzione da parte della corte europea di Strasburgo, del carabiniere Placanica colpevole di aver assassinato Carlo Giuliani. Oggi ricade il sesto anniversario dell'attacco a Nassiriya, si è voluto quindi portare all'onore delle cronache la persecuzione di chi disapprova attivamente il potere e le sue guerre, tramite azioni innocue e dimostrative.

Barocchio Squat


riportiamo l'articolo di repubblica a riguardo il ricordo delle "vittime di Nassirya", 28 agosto 2009

Sfregiato il monumento
ai caduti di Nassirya

C'è anche il gruppo bronzeo dedicato ai caduti di Nassirya tra i monumenti presi di mira la scorsa notte a Torino. Alcune delle statue piazzate in corso IV Novembre, nei pressi del parco di piazza d'Armi, sono state decapitate. Realizzate anche alcune scritte, siglate dalla A cerchiata dei movimenti anarchici, tra cui "CC assassini". Secondo la Digos, che indaga sull'episodio, il gesto è da ricondurre alle stesse persone che nella notte hanno imbrattato muri e monumenti del centro per protestare contro la sentenza della Corte Europea sulla morte di Carlo Giuliani al G8 di Genova.


Fonte!

mercoledì 4 novembre 2009

4 novembre 2009, festa delle forze armate. Grazie Ragazzi!


festa forze armate

forze armate festa

Ed un grazie in particolare da Manuel, Renato, Carlo, Edo, Sole, Marcello, Gabriele, Stefano, Diana e non ultimo, Pinelli

Leggi una riflessione sulle forze dell'ordine e il loro operato....


Riflessioni sulle forze dell'ordine

Traendo spunto da un flyer trovato per caso in una delle nuove occupazioni torinesi...

E da ciò che dice vasco rossi.

Non c'è nemmeno bisogno di riflettere troppo in realtà.

fonte vascoforever.it

La vera vita spericolata - intervista Vasco a Polizia Moderna:


"La vera vita spericolata
è quella dei poliziotti"
Intervista di Vasco Rossi alla rivista ufficiale della polizia: "La vera vita spericolata? Quella degli agenti. Mi fermano, ma per chiedermi autografi"

VASCO ROSSI Roma, 15 febbraio 2007 - La vera 'Vita spericolata', piena di rischi quotidiani, è in realtà quella dei poliziotti, con i quali oggi ha un dialogo di stima e affetto. Parola di Vasco Rossi (nella foto). Il cantante ha rilasciato un'intervista a 'Poliziamoderna', la rivista uffficiale della Polizia di Stato, che dedica il numero di febbraio alla tragica morte dell'ispettore capo Filippo Raciti e al fenomeno della violenza negli stadi.

All'intervistatore che gli ricorda come la sua 'vita spericolatà lo abbia portato in passato ad avere qualche 'incontro ravvicinatò con la divisa, Vasco replica: «Beh, veramente quella del poliziotto è una vita spericolata... Mi dispiace che spesso il messaggio di quella canzone (uscita nel 1983, ndr.) sia stato travisato e strumentalizzato per sostenere che inneggiavo al non rispetto delle regole e quant'altro». «Allora avevo 31 anni e desideravo una vita spericolata nel senso di non ordinaria, non piatta o fatta di sole certezze. Ma chi del resto -chiede- quando è giovane non sogna di fare esperienze emozionanti e straordinarie?».

«Problemi con la giustizia li ho avuti e sono noti. Ma ora -spiega Vasco- ho un rapporto splendido con i poliziotti. Adesso se mi fermano è per chiedermi un autografo. Certo qualche multa dalla Stradale l'ho presa, ma neanche tante e solo una per eccesso di velocità di 5 km/h rispetto al limite, per cui niente decurtazione di punti dalla patente. Del resto viaggio in automobile molto meno di prima», aggiunge. Nell'intervista esclusiva, Vasco si racconta sia nella veste privata che pubblica, confessando i suoi sogni da ragazzo, l'incontro con la musica, il suo rapporto 'energizzantè con i giovani e l'importanza di essere padre. La notorietà, comunque, non gli ha fatto perdere di vista la solidarietà. Vasco Rossi ha infatti ultimamente sostenuto il calendario di una onlus che cura i bambini di San Giovanni di Napoli.

tratto da il resto del carlino


E' vero... abbiamo tutti un rapporto splendido con i poliziotti, ci vogliono bene, ci vogliono sicuri nel nostro camminare in strada, nel nostro star tranquilli tra le nostre mura di casa. Se abbiamo problemi ce le offrono loro, ci danno un tetto sulla testa e poi si prendono anche cura di te.

Anche se ogni tanto si confondono...

Insomma ci vogliono bene, per questo ogni tanto ci controllano.

In memoria di Federico Aldrovaldi, Marcello Lonzi, Carlo Giuliani, Edo & Sole e Pinelli.
E tutti quelli uccisi da i servi del potere


Fonte

martedì 20 ottobre 2009

Una Storia di ordinaria follia In un paese sul baratro del Regime!

Quella, di cui vogliamo renderVi partecipi, è l'ennesima storia di ordinaria Follia perpetrata dai “tutori dell'ordine” in un paese che, passo dopo passo, si sta avvicinando sempre di più ad una nostalgica epoca di regime dal sapor di ventennio.

Il protagonista di questa vicenda, di nome Federico stava recandosi in quel paradiso terrestre rappresentato da Valle Vegan. Siamo in un tranquillo e soleggiato pomeriggio di metà settembre, in zona Bellegra. Il nostro Federico è in attesa di alcuni ragazzi siciliani che, come lui in ritorno dall'incontro di liberazione Animale tenutosi a Bologna, avrebbero dovuto dargli un passaggio fino alle Valle.

Mentre aspetta, nei pressi di un parchetto in zona Bellegra... ecco giungere, come un fulmine a ciel sereno (non è mai bello incontrare i servi armati dal sistema) una pattuglia di “valenti” carabinieri. I secolari servitori si presentano al nostro protagonista, Il quale pensa: “ Ecco, il solito controllo!” e invece... Ma andiamo con ordine...

La pattuglia, passa di fronte al nostro eroe, lo sorpassa... E, ritorna indietro si accosta, dalla vettura provengono stralci di un linguaggio gutturale incomprensibile. Per farsi meglio capire i due scendono dalla macchina...

Servi: ” E allora? Che ci fai qui??”

Federico: “ Nulla, facevo un giro!”

Servi: “ Sicuro che non stavi andando al casale di Valle Vegan?”

Ora viene naturale porsi un paio di quesiti:

  1. Perchè non sia possibile starsene seduti in un giardino alle tre di pomeriggio?

  2. Perchè tanto astio nei confronti di una realtà come Valle Vegan?

Tanto per farsi riconoscere, gli energumeni, iniziano a fare illazioni su detenzione di stupefacenti e simili... Quasi, fosse scontato che uno seduto in un parco non possa fare altro che spacciare?!? E procedono con le perquisizioni di rito, nel frattempo arrivano i ragazzi siciliani... La situazione inizia a farsi tesa. Con la scusa di evitare sguardi indiscreti i carabinieri “invitano” tutti a recarsi nella vicina caserma. La macchina dei carabinieri fa strada, a seguire, il furgone siculo con a bordo il nostro protagonista, ha dovuto subirsi la fetida vicinanza di uno dei servi che ha voluto salire a bordo con loro!

Arrivati in caserma, hanno dovuto prendere atto, nelle loro inutile cartacce, dell' assoluta mancanza di stupefacenti addosso al nostro eroe, agli altri ragazzi e sul furgone! E quindi decadono tutte le loro insensate accuse!

E qui, entriamo nella vera “fantapolitica” di questa storia, non avendo nulla a cui potersi appellare i valenti schiavetti del nuovo regime, esumano dagli archivi una legge dal sapor di ventennio... Il famigerato decreto Rocco (legge nr.1423 del '56). Quindi dopo aver passato due ore nella caserma dei carabinieri di Bellegra, i nostri, vengono trasferiti nella questura di Colleferro dove verrà redatto l'atto del “foglio di via” con cui il nostro eroe viene obbligato al rientro nel comune di residenza entro 48 ore, pena l'arresto!

Il tutto avviene, tra ilari battute del funzionario schiavo “siediti! Cosa vuoi fare? Crescere!” battuta, “decantata” tra le boccate di sigaro!

Per finire in bellezza, a Federico viene suggerito di recarsi alla questura di Roma dove richiedere i fondi destinati a sovvenzionare chi, dietro il “foglio di via” è obbligato al rientro forzato! Peccato che dopo la simpatica scampagnata Colleferro-Roma al nostro eroe verrà fatto notare che tali fondi non esistono e gli viene suggerito di prendere il treno e farsi fare il verbale!!!

Fine della fiera: 279€ di contravvenzione!

Tirando le somme di questa disavventura, possiamo solo sottolineare come il bel paese stia sprofondando nel regime più becero! Adesso la questione è in mano ai legali che stanno portando avanti un “ricorso gerarchico” contro un sistema costruito “ad hoc” per imprigionarci e omologarci!