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giovedì 25 marzo 2010

Torino. Striscione per Joy al CIE


Torino, 24 marzo 2010
Di fronte al CIE di corso Brunelleschi è apparso uno striscione con la scritta “Joy, uno sbirro la stupra, lo Stato la deporta”.

Joy, con gli altri reclusi nel CIE di Milano si è ribellata al prolungamento da due a sei mesi della detenzione nel centri.
Joy ha denunciato il poliziotto che, lo scorso agosto, ha cercato di violentarla.
Joy uno di questi giorni potrebbe essere deportata. Nel suo paese, la Nigeria, rischia la vita perché i papponi da cui è fuggita la cercano, ma chi vuole tapparle la bocca non guarda in faccia nessuno.

Non permetteremo che sulla sua storia cali il silenzio.

Foto dello striscione e un breve testo sulla sua storia.
Chiudere i CIE, aprire le frontiere!

Chiudere i CIE, aprire le frontiere!

Nelle prigioni per migranti, i CIE, soprusi, pestaggi, umiliazioni, cure negate, sedativi nel cibo sono pane quotidiano. Lì chiudono i “senza carte”, uomini e donne colpevoli di cercare un’opportunità di vita nel nostro paese. Vengono dai tanti Sud del mondo: sono fuggiti dalla miseria, dalla guerra, dall’oppressione e qui hanno trovato sfruttamento bestiale, razzismo, leggi speciali.

Lo scorso agosto, quando il pacchetto “sicurezza” è diventato legge e la reclusione nei CIE è passata da due a sei mesi, nelle gabbie degli immigrati è divampata la protesta, con scioperi della fame, episodi di autolesionismo, materassi bruciati, tentativi di fuga.
Per lunghe notti, dalle prigioni dei senza carte si sono levate grida. Grida nel silenzio.
Nel CIE di Milano la protesta è diventata rivolta. 18 uomini e 5 donne sono stati arrestati.
Le ragazze si chiamano Joy, Hellen, Priscilla, Debby, Florence: alla prima udienza del loro processo – all’apparire in aula dell’ispettore capo di polizia Vittorio Addesso – hanno gridato forte. La loro rabbia andava oltre la paura. Addesso aveva fatto violenza a Joy, convinto che una ragazza in prigione, africana e prostituta non si sarebbe ribellata. Invece la dignità è più forte della violenza dello Stato, più forte del giogo patriarcale.
Il racconto della ragazza la dice lunga su chi, vestendo la divisa, pensa di poter disporre liberamente dei corpi rinchiusi dentro al CIE. Gente senza carte, senza diritti, senza futuro. Durante la rivolta la violenza dei poliziotti non certo per caso si è concentrata su di lei e sulle ragazze che avevano assistito ai violenti palpeggiamenti di Addesso. A terra, ammanettata, è stata più volte manganellata come anche le sue compagne. Il suo rifiuto le è costato anche un pugno in faccia dall’ispettore-capo in persona.
In settembre le ribelli e i ribelli del CIE sono stati condannati a sei mesi. Uno di loro a dicembre l’ha fatta finita uccidendosi. Sapeva che, per gente come lui, le gabbie non finiscono mai. E la forza che l’aveva sorretto nel deserto, nel mare, nel CIE per migranti, l’ha infine abbandonato.

Le cinque ragazze, finiti i sei mesi, sono state (ri)portate nei CIE.
Joy da qualche giorno è in quello di Ponte Galeria, a Roma. Qui da due settimane gli immigrati scioperano e protestano contro le restrizioni imposte dalla cooperativa Auxilium, subentrata alla Croce Rossa nella gestione di un centro tra i peggiori d’Italia. Auxilium ha deciso di tenere chiusi in cella i reclusi, permettendo l’uscita solo per l’ora d’aria. C’é qualcuno che ancora dubita che i CIE siano galere?
Per Joy e due sue compagne, Hellen e Florence, il CIE di Ponte Galeria è l’anticamera dell’espulsione in Nigeria. Nonostante la ragazza abbia intrapreso il percorso per ottenere il permesso in base alla legge che “dovrebbe” tutelare le vittime di tratta, la vogliono buttare fuori. Le sue accuse all’ispettore capo del CIE Addesso la condannano alla deportazione. Un poliziotto prova ripetutamente a stuprarla, lo Stato la butta fuori per tapparle la bocca.

In Nigeria la aspettano gli stessi papponi che l’hanno portata in Italia con il miraggio di un lavoro da parrucchiera, che già hanno minacciato la sua famiglia perché lei non ha ancora saldato il “debito” con i suoi sfruttatori.

Agli angoli delle nostre strade sono tante quelle come Joy, nate senza futuro, con in corpo la violenza dei papponi e quella dello Stato.

Se un giorno qualcuno ci chiederà dov’eravamo quando deportavano la gente, quando davano la caccia agli schiavi nelle campagne, quando uomini e donne morivano in mare e nei cantieri, quando i caporali stringevano le catene al collo di qualcuno, quando un uomo in divisa stuprava una ragazza nel CIE, vorremmo poter rispondere che eravamo lì, con gli altri, a resistere alla barbarie. Anche se un giudice ci chiamerà delinquenti, perché sappiamo bene che i delinquenti, quelli veri, siedono sui banchi del governo e nei consigli di amministrazione delle aziende.
Se non ora quando? Se non io, chi per me?

Federazione Anarchica - Torino
Corso Palermo 46 – ogni giovedì dalle 21
338 6594361
fai_to@inrete.it

mercoledì 20 gennaio 2010

Torino. Striscione No Tav alla CGIL contro Pibiri

Questa sera (20/01/2010) uno striscione con la scritta “Pibiri calunniatore, amico dei padroni” è stato appeso davanti all’ingresso della sede CGIL di via Pedrotti.

Gianni Pibiri, segretario per il Piemonte della Fillea CGIL, in un’intervista rilasciata al quotidiano “La Stampa” del 19 gennaio, a proposito del presidio No Tav di Collegno, ha dichiarato “Gli operai
stavano lavorando nell’area coinvolta dal cantiere legato alle trivelle.
Accade che (…) anarchici o autonomi hanno iniziato a gettare pietre, bottiglie e altri oggetti pericolosi”. Pibiri conclude annunciando di aver presentato denuncia.
Le dichiarazioni di Pibiri sono false, inventate di sana pianta al solo scopo di gettare fango su chi, per quattro giorni e tre notti, ha informato i cittadini di Collegno sul progetto Tav, un’opera inutile e dannosa, che servirà solo ad ingrassare la lobby bipartisan del cemento e
del tondino.
Quelli come Pibiri, se realmente fossero interessati alla salute ed al benessere dei lavoratori, dovrebbero occuparsi dei tanti morti nei cantieri, non ultimi quelli del TAV.

Pibiri definisce i No Tav “estremisti che hanno tutto questo tempo libero da dedicare ai presidi e alle violenze”, “figli di papà” che non si “devono guadagnare il pane”. Se Pibiri fosse passato davvero ad un presidio, quello di Collegno o uno degli altri che resistono al Tav a Susa, S. Antonino, Villarbasse, ci avrebbe trovato gente che, uscita dalla fabbrica o dall’ufficio, passa la notte a vigilare, altri che, nella pausa pranzo, passano a condividere il pasto, studenti che ci stanno al pomeriggio e tanti pensionati che ci dedicano ore ed ore. Gente con gli occhi rossi per la mancanza di sonno ma con la schiena ritta per l’orgoglio di una lotta che è, in primo luogo, nell’interesse di chi lavora, non certo dei padroni che lucrano sulla vita di noi tutti.
Ma cosa può saperne un burocrate, uno che non lavora ma fa il funzionario? Uno da sempre schierato a favore di una truffa colossale come il Tav?

Il nostro augurio è che, poco a poco, anche tra gli edili iscritti alla Fillea, cresca la consapevolezza che, se il Tav viene fermato ai blocchi di partenza, tante risorse potrebbero essere usate per cantieri che servano davvero a migliorare la vita di noi tutti, per scuole, ospedali, case, trasporti pubblici sicuri…

Chi volesse leggere per intero l’intervista fatta da Massimo Numa a Gianni  Pibiri la trova sul sito dei Si Tav che promuovono la manifestazione del 24 gennaio al Lingotto:

http://www.sitavtorino.net/?p=117

No Tav Autogestione – Torino
notav_autogestione@yahoo.it

Per completezza di informazione riportiamo il comunicato redatto da chi ha condiviso l’esperienza del presidio di Collegno, dopo l’articolo di Cronacaqui del 16 gennaio dove viene riportato un comunicato della Fillea Cgil sulla medesima vicenda.

Presidio No Tav di Collegno: le menzogne della Fillea-Cgil Sul giornaletto fascista CRONACA QUI di sabato 16 gennaio 2010, Claudio Neve nell’articolo di pag. 15 “OGGI A TORINO CORTEO NOTAV – OPERAI AGGREDITI A COLLEGNO, riporta un comunicato della FILLEA-CGIL Piemonte che afferma. “…alcuni lavoratori edili sono stati fatti oggetto di minacce, lancio di bottiglie e altri materiali contundenti. I lavoratori erano impegnati sulla linea storica e non erano coinvolti nelle operazioni di carotaggio”

L’accusa è rivolta ai NOTAV del presidio di Collegno che per 4 giorni e 3 notti hanno contestato le trivellazioni effettuate con la protezione di un centinaio di poliziotti in assetto antisommossa. Niente di vero!
I NOTAV sono da sempre schierati a favore della salute di tutti. Le linee TAV in Italia hanno totalizzato un morto a chilometro tra gli operai.
Il danno ambientale è irreparabile, enorme il dispendio di denaro pubblico per questa opera inutile. “In 4 giorni intorno ai fuochi del presidio sono passate centinaia di persone: NO TAV di lunga data e cittadini di Collegno. Per 4 giorni, mentre la trivella sondava un terreno già più volte sondato, abbiamo informato chi passava, volantinato in piazze, mercati, scuole!”!

La FILLEA-CGIL Piemonte, ed in particolare il suo segretario Gianni Pibiri, invece si sono ripetutamente schierati per interessi corporativi a favore del TAV, quindi contro la salute dei lavoratori che dovrebbero tutelare.

16 gennaio 2010
Quelli del presidio torinese NOTAV della stazione di Collegno